Il primo omicidio "eccellente" della mafia

27.07.2020

Raffaele Palizzolo (1845-1910) fu un politico italiano capace di attirarsi la stima e la simpatia di molti amici e di ottenere cariche istituzionali importanti come quella di parlamentare nazionale dopo essere stato consigliere comunale di Palermo, insomma una persona che sapeva destreggiarsi bene nell'ambiente politico ma anche in quello malavitoso, visti i suoi molteplici rapporti con personaggi di spicco della mafia locale. Fu implicato, infatti, in operazioni finanziarie illecite di una certa rilevanza e ritenuto il mandante dell'omicidio del marchese Emanuele Notarbartolo (1834 - 1893) assassinato, dopo un sequestro lampo, l'1 febbraio 1893 sulla ferrovia Palermo - Termini Imerese. 27 pugnalate mortali inflitte da Matteo Filippello e Giuseppe Fontana.

Il marchese Emanuele Notarbartolo, reggente del Banco di Sicilia, aveva denunciato alcune operazioni illecite che vedevano coinvolto lo stesso Palizzolo affiancatogli per volontà del governo in un momento molto delicato per la banca e per tutto il sistema Italia. Sebbene l'inchiesta sull'omicidio del marchese finì nel dimenticatoio mentre mandante e assassini materiali la fecero franca, il caso si riaprì per l'insistenza del figlio della vittima Leopoldo Notarbartolo che portò, finalmente, all'incriminazione di Raffaele Palizzolo, ritenuto responsabile del feroce assassinio e condannato a 30 anni di carcere. Ma come succede spesso in questo paese "cantare vittoria" porta male perché le potenti amicizie politiche del Palizzolo fecero in modo che l'imputato, in Corte d'Assise, non fosse condannato con conseguente annullamento del processo e l'assoluzione per insufficienza di prove.
Portato in trionfo dagli amici, fu considerato vittima ed eroe. L'assassinio del marchese Emanuele Notarbartolo fu il primo omicidio "eccellente" della mafia.
Dopo questa crudele uccisione il fenomeno mafioso divenne più vigoroso e organizzato e portò ad altri fatti di cronaca consumati a Palermo nel 1896 e nel 1909. Il primo riguardò Emanuela Sansone di 17 anni, considerata la prima donna vittima della mafia, assassinata perché la madre avrebbe denunciato alcuni mafiosi per un traffico di banconote false. L'altro riguardò, invece, l'uccisione dell'agente italo-americano Joe Petrosino, venuto in Sicilia dopo un breve soggiorno a Padula, il suo paese natale, per indagare sui presunti rapporti tra la mafia siciliana e quella americana. L'autore di questo omicidio fu don Vito Cascio Ferro. E poi ancora due anni dopo, ed esattamente il 16 maggio, venne ucciso, con due colpi di fucile al petto davanti la propria abitazione, Lorenzo Panepinto di Santo Stefano Quisquina, classe 1865. Tornato in Sicilia dopo una parentesi a Napoli fondò nel 1893 il Fascio dei Lavoratori nel suo paese diventando il leader del movimento contadino. Il suo obiettivo fu quello di liberare i braccianti dal potere mafioso. Il suo sacrificio anticipa altri omicidi che la mafia compirà per tal ragione. (nella foto Raffaele Palizzolo)

a cura di Nino Barone